ALLENARE IL CORPO E L’ANIMA

 

“Tutto glorifica il Signore l’oscurità, le privazioni, i difetti lo stesso male glorifica e benedice Dio”

Meister Eckhart

 

Nell’allenamento dell’aikido occorre - teoricamente ancor prima di imparare le tecniche e di allenarsi ripetutamente – “preparare” il corpo e la mente.

Questo significa considerare tutta una serie di aspetti strutturali, comportamentali, fisiologici, intellettivi, psichici, ecc. LIVELLO FISICO Partiamo dal corpo e consideriamo i seguenti punti fondamentali (procedendo dal basso verso l’alto) per “strutturarlo” in maniera coerente:

- Rendere stabili i piedi (concentrando il peso sugli avampiedi e verso l’interno e stabilendo il cosiddetto grounding, cioè portando il peso e l’attenzione consapevole verso il basso sentendo il contatto con la terra);

- Tenere flesse le gambe “piegando le ginocchia”;

- Fissare l’anca chiudendo l’ano e mettendo forza nel basso ventre (seika tandem);

- Tenere la schiena diritta e flessibile;

- Aprire il petto (lasciare libero il respiro);

- Rilassare le spalle, la schiena e la nuca;

- Portare il mento in dentro (allungare la parte posteriore del collo);

- Fissare con lo sguardo un punto in maniera rilassata (en zan no ken).

 

Inoltre in linea generale occorrerebbe:

- Sviluppare una buona coordinazione neuro muscolare

- Avere una equilibrata tonicità muscolare

- Mantenere un generale rilassamento corporeo LIVELLO PSICOLOGICO Tuttavia questi aspetti “fisici” sono relativamente semplici da apprendere se paragonati alle difficoltà di un corretto approccio psicologico e spirituale.

Consideriamo per esempio l’importanza della non competizione durante la pratica.

Questo significa creare uno spirito di fratellanza tra tutti i partecipanti. Il problema è che teoricamente (spero) ci troviamo tutti d’accordo ma, nel profondo delle nostre reazioni istintive, è tutta un'altra musica … Certo noi non facciamo gare, ma la competizione può trasferirsi facilmente su altri piani (essere più forti, più bravi, avere più allievi, fare da uke ai maestri, ecc.). Osservando me stesso e gli altri compagni di pratica, ho potuto constatare l’esistenza di tutta una serie di distorsioni che facilmente inquinano la nostra pratica: competizione (devo essere migliore di lui), orgoglio, rabbia, arroganza, sufficienza, chiusura (con quello io non pratico),

individualismo, separazione, paura, prepotenza, perfezionismo, spirito critico e giudicante (guarda quello! Ma chi si crede di essere!), senso di superiorità, controllo ossessivo, sadismo/masochismo (evidente quando ridiamo mentre il maestro di turno esegue una leva dolorosa al proprio uke), paura di sbagliare … Chi non ha visto (e criticato!) questi e altri difetti negli altri? Specialmente nei gradi avanzati?

Ma, focalizzare l’attenzione giudicante sugli altri, non serve a nulla … facciamo piuttosto un’onesta autocritica e chiediamoci: “quali di queste cattive abitudini appartengono alla mia vera natura?” Il primo passo importante consiste infatti nel riconoscimento dei nostri difetti, senza giudicarli moralisticamente, ne trattarli con auto-indulgenza. Si tratta di una semplice presa di visione: “sì, riconosco l’esistenza in me di questi specifici impulsi ed emozioni”. Questa presa d’atto è importante perché, se nascondiamo a noi stessi questi tratti distruttivi, essi non scompaiono ma si celano semplicemente alla nostra coscienza, sprofondando sempre di più nell’inconscio attraverso il meccanismo che, in psicologia, viene definito di “rimozione”. D'altronde, un nemico invisibile è molto più pericoloso di uno che possiamo guardare direttamente negli occhi! Il secondo passo è quello di modificare la nostra pratica per sciogliere i tratti negativi e distruttivi piuttosto che rafforzarli.

E’ qui che si trova un importante paradosso: la stessa pratica può consolidare un difetto o sviluppare la qualità corrispondente.

E’ la stessa questione dei farmaci: in quantità determinate guariscono, in dosi eccessive avvelenano.

Facciamo un esempio: il perfezionismo! Chi di noi non è affetto? Quali problemi esso determina? Il perfezionismo ci fa stare alla periferia di noi stessi in un controllo ossessivo di ogni particolare seppur minimo e secondario, siamo persi nelle nostre mani, nei piedi o nell’arma che impugniamo.

E’ chiaro che in una prima fase di apprendistato occorre “pensare” e controllare quello che facciamo ma, successivamente, dobbiamo muoverci liberamente senza la preoccupazione di sbagliare, permettendoci anche di non essere “esteriormente” perfetti ma piuttosto “interiormente” centrati, presenti e unificati. La ricerca esteriore di perfezione porta stress e preoccupazioni inutili allontanandoci dallo scopo primario della disciplina (cioè “trovare noi stessi!”).

Il perfezionismo esteriore è centrato sugli altri e sulla voglia di fare una bella impressione, la perfezione (unità) interiore ci conduce alla pace e alla stabilità. Facendo quindi un elenco parziale degli aspetti importanti di cui tener conto quando pratichiamo, dovremmo essere: - Consapevoli di quali emozioni e impulsi ci attraversano per evitare che essi agiscano automaticamente e imprevedibilmente dall’inconscio, danneggiando noi stessi e gli altri e impedendo o bloccando la nostra crescita umana e spirituale.

- Provare piacere durante l’allenamento.

- Sentire un senso diffuso di leggerezza, stabilità, pienezza, vibrazione.

- Evitare di farsi male e di fare male

- Non criticare e giudicare se stessi e gli altri.

- Sentire il nostro corpo e il nostro centro come punto di partenza del movimento senza preoccuparsi dei particolari esteriori e periferici.

- Permetterci di sbagliare e di non essere perfetti.

- Usare il nostro corpo come indicatore della correttezza della pratica (se il giorno dopo l’allenamento risultano dolori eccessivi e paralizzanti, infiammazioni, ecc. qualcosa andrebbe modificato …)

- Non sentirci migliore degli altri solo perché abbiamo più forza e più fiato. Possiamo quindi modificare tutte le esecuzioni tecniche tenendo conto di quello che impariamo sui nostri modelli negativi attraverso l’osservazione di noi stessi. LIVELLO SPIRITUALE Infine è importante tener conto anche del giusto atteggiamento spirituale da tenere durante la pratica e dell’obiettivo che ci poniamo come risultato del nostro allenamento. Seguendo gli insegnamenti del M° Tada possiamo ricordare l’importanza di praticare in una condizione di anjodaza (vuoto mentale) con un atteggiamento assoluto. Il fine ultimo è la connessione con l’Universo, l’unificazione col Divino, il tornare a Casa, l’illuminazione, il Samadhi.

Fabrizio Ruta

 

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