AIKIDO L’arte dell’essere “indifesi”

 

“In aikido non è importante vincere o perdere ma lasciare tutto nelle mani di Dio”

Si dice che l’aikido, insieme ad altre arti come il judo, sia una disciplina di auto-difesa per distinguerla da altre più prettamente aggressive e di attacco come il Karate. Questa definizione seppure corretta da un punto di vista che potremmo definire “esteriore”, risulta – ad una visione più profonda – errata. Infatti paradossalmente si potrebbe affermare che l’aikido è l’arte dell’essere indifesi, del rimanere aperti e “vulnerabili” di fronte all’avversario e, più in generale, di fronte alla vita. Di fatto, i termini stessi di nemico, avversario, attaccante, aggressore, ecc., sarebbero da eliminare dal nostro lessico per utilizzare quelli più consono di partner o di aiutante. In realtà la vera forza si trova proprio nel rinunciare alla lotta e all’aggressione come mezzo per risolvere i conflitti. La vera forza si raggiunge quando apriamo il cuore e abbiamo il coraggio di allargare le braccia e porci in una condizione di vulnerabilità e delicatezza… Perché affermo questo? Cosa significa rimanere indifesi mentre qualcuno ci aggredisce? Non è forse un controsenso rispetto ad una disciplina che si propone di insegnare come difenderci? Queste domande, e l’apparente paradosso della tesi qui descritta, nasce da una visione superficiale dell’aikido se comparata con gli insegnamenti di O sensei. Se ci chiudiamo in difesa preparandoci a ricevere un attacco, perdiamo il collegamento con la forza universale del ki perché portiamo in tensione il nostro corpo e “contraiamo” la nostra anima, Così facendo non possiamo attivare il nostro kokyu-ryokyu, ci allontaniamo dal Centro e non siamo più collegati al nostro innato potere. In ultima analisi ci separiamo dal Tutto e diventiamo deboli. Di fatto lo stesso porci in difesa scatena l’evento aggressivo. Per la legge della sincronicità noi attiriamo nel nostro campo di esperienza esattamente quello che emaniamo. In altri termini, se ho paura di un evento X, quella situazione sarà attratta dalla mia stessa disposizione di animo. Questo è molto evidente a livello delle reazioni psicologiche degli individui. Per esempio se si ha paura di essere rifiutati automaticamente ci si pone in una condizione di freddezza e distanza che determina il rifiuto da parte degli altri e questo conferma la tesi iniziale (“gli altri mi rifiutano”). Il problema è che l’individuo in questione non vede la propria parte, non si rende conto che è lui a scatenare il rifiuto ma “proietta” sugli altri l’opposizione verso di lui. E questo vale anche per tutti i temi come anche la paura di essere aggrediti.

Qual è quindi il nostro compito? Come si rimane indifesi e vulnerabili? Credo che possiamo distinguere quattro livelli:

- rilassarsi a livello fisico (in particolare nuca e spalle).

- smettere di lottare, di chiudersi e di aver paura a livello delle nostre emozioni.

- coltivare pensieri di fratellanza e di unione comprendendo la forza dell’amore.

-collegarsi al Tutto diventando “uno con il tutt’Uno” ricorrendo alla preghiera e alla meditazione.

Ma ognuno deve trovare la sua propria strada e capire come lavorare per raggiungere questo obiettivo. Normalmente in aikido quasi tutti i praticanti capiscono e accettano l’importanza del rilassamento a livello fisico. Molto pochi praticano meditazione e kinorenma, quanto agli altri aspetti credo che pochi gli dedicano sufficiente tempo e attenzione…

Questo è comprensibile perché chi si avvicina allo studio di un’arte marziale è sicuramente interessato all’archetipo di marte-ares, il dio della guerra dei greci e dei romani. Nel migliore dei casi si opta per una disciplina di difesa piuttosto che di offesa, ma praticare addirittura un arte marziale che invita a rimanere indifesi beh… questo è troppo!

D'altronde io sono giunto a queste riflessioni solo dopo 28 anni di pratica…

Buon keiko”indifeso” a tutti

Fabrizio Ruta

 

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