Ginnastica o via spirituale? L’aikido come raja yoga

 

“L’aikido non è una tecnica per combattere il nemico e per sconfiggerlo. E’ la via per riconciliare il mondo e fare degli esseri umani una sola famiglia. L’anima dell’aikido è armonizzare se stessi con il moto dell’Universo, lasciando tutto nelle mani di Dio” Morihei Ueshiba

 

I rishi, i veggenti dell’India antica, sostenevano che la causa prima delle sofferenza umana è l’ignoranza in relazione alla propria reale natura che è Compiutezza e Unità. Scopo di tutte le Scienze Sacre tradizionali, è di aiutare l’uomo a riconoscersi come Totalità reintegrandosi e riconciliandosi con il Principio Primo. La via dello yoga (yogadarsana) consiste nella disciplina del corpo e della mente allo scopo di superare la “caduta” e di riunirsi (yoga significa appunto “congiungere, unire”) con il Tutto. Anche l’aikido può essere considerato una via di Realizzazione per reintegrare l’uomo nel Centro Originale. “Ai” di aikido può infatti essere tradotto con armonia, unione e quindi può riportarci allo stesso significato di yoga. “Fare aiki” significa unire la propria energia individuale a quella universale, divina. Infine la parola “do” (via, cammino) è equivalente a darsana. Il senso profondo di queste due discipline ci autorizza ad affermare che l’aikido è yogadarsana (una via di conoscenza profonda di se stessi e di unione con il divino) e viceversa. Tra le tante forme di yoga (karma yoga, bakti yoga, hatha yoga), tratteremo qui del raja yoga, lo yoga regale codificato da Patanjali nei famosi yogasutra.

Nella pratica concreta di questa disciplina si distinguono otto anga (mezzi pratici di realizzazione) che sono:

1) Yama (autocontrollo e proibizioni)

2) Niyama (osservanze)

3) Asana (posizioni)

4) Pranayama (kokyu, controllo del respiro)

5) Pratyahara (astrazione, controllo dei 5 sensi)

6) Dharana (concentrazione)

7) Dhyana (zen, meditazione)

8) Samadhi (zan-mai, contemplazione)

 

Adesso descriveremo più in dettaglio i vari stadi dell’ascesi e il loro corrispettivo nella pratica dell’aikido secondo gli insegnamenti del M° H. Tada.

1) e 2) Le proibizioni classiche (yama) sono:

non violenza, non falsità, non appropriazione, continenza e non possessività.

Le osservanze (niyama) sono purezza, contentarsi, ardente aspirazione, studio e abbandono a Dio.

Nel mondo dell’aikido, yama e niyama possono essere riferiti ad uno stile di vita moralmente ed eticamente corretto (non rubare, non uccidere, etc.) seguendo le regole della propria religione o della “chiara coscienza interiore”. E’ necessario che ognuno di noi trovi la propria strada non dimenticando che questi due primi gradini dell’ascesi sono alla base del percorso interiore. In senso più stretto (riferito cioè unicamente alla pratica dell’aikido nel dojo), le proibizioni e le osservanze possono essere ricondotte al rispetto delle regole di condotta del dojo (salutare entrando e uscendo dal tatami, rispettare i compagni di allenamento, avere una corretta igiene personale, non violenza, mutuoaiuto…). Yama e niyama sono dunque i prerequisiti che lo studente (sadhaka, aikidoka) dovrebbe sviluppare prima di intraprendere il cammino.

3) Asana

sono le posizioni assunte durante la pratica dello yoga che donano al corpo fermezza, eleganza, salute e leggerezza. Esse devono essere “stabili, comode e rilassate”. Nell’aikido corrispondono alla ginnastica (aikitaiso) al modo di stare in piedi e di muoversi nello spazio (sabaki) e all’esecuzione delle tecniche, al waza. In senso più ampio, questo anga corrisponde al lavoro sul corpo che deve diventare stabile, centrato, rilassato, morbido, aperto.

4) Pranayama

controllo del respiro) trova il suo corrispettivo negli esercizi di kokyu che sarebbe più corretto tradurre con cho-ki (controllo del ki) perché appunto la parola pranayama si può tradurre come controllo (ayama) dell’energia vitale (prana). Noi come abitanti di questo pianeta dobbiamo respirare ossigeno ed espellere anidride carbonica, ma come abitanti dell’universo dobbiamo nutrire il nostro corpo di ki, prana per vivere ed evolvere. Ayama oltre che controllo significa anche espansione e stiramento. Un aspetto importante del respiro è il kumbhaka cioè la ritenzione del respiro che è fondamentale nella pratica dello yoga. Kumbha è una brocca, un recipiente per l’acqua e come tale può essere svuotato dall’aria che è al suo interno e riempito di acqua completamente oppure può essere svuotato dall’acqua e riempito completamente di aria. Nell’aikido esistono molte tecniche di respirazione che vengono insegnate nel ki-no-renma e hanno il compito di accrescere l’energia vitale (attraverso la concentrazione e il controllo del ki), espandere la propria energia oltre i confini del corpo fisico (“stirando e ampliando” il respiro), trovare il proprio giusto ritmo (che poi viene utilizzato per creare il ritmo nell’esecuzione delle tecniche), collegarsi con il Respiro Universale.

5) il quinto anga è descritto nel seguente versetto degli yogasutra che afferma: “Il pratyahara si ha quando i sensi non sono più in contatto con i rispettivi oggetti, assumendo (così) l’identità con la natura propria della mente (che rimane ferma e incolore)”.

Esso consiste nell’interrompere l’identificazione della mente con le attività sensorie. Quando i sensi percepiscono un dato sensoriale dalla realtà esterna, la mente lo interpreta definendolo in schemi e rappresentandolo con concetti (ricorrendo ai ricordi posti in memoria). Inoltre l’io reagisce all’esperienza sensoriale provando attrazione, repulsione o rimanendo neutro. Pratyahara consiste quindi nel non farsi influenzare dalle esperienze sensoriali interpretando, concettualizzando e provando repulsione o piacere. Per esempio, una carezza ci provoca piacere mentre un attacco violento produrre paura o dolore. Quando in aikido riceviamo un colpo - come shomen o tsuki - o veniamo afferrati con decisione, se non pratichiamo “l’astrazione” (pratyahara appunto) saremo “catturati” da uke. Questo avviene automaticamente attraverso le spontanee reazioni interiori che nascono in riposta alle sensazioni che provengono dall’esterno. Seguendo la pratica dello yoga, potremmo imparare ad essere semplici testimoni delle sensazioni (e delle reazioni interiori collegate) senza farci prendere e guidare da esse. Noi manteniamo il controllo della situazione e non ne siamo travolti inconsciamente. Quindi, durante l’allenamento, dobbiamo percepire con chiarezza gli stimoli sensoriali che provengono dall’esterno senza che la mente intervenga determinando una risposta difensiva automatica. Ad esempio nel momento in cui il partner ci afferra, è necessario prendere atto di ciò senza irrigidire i muscoli ed evitando l’istinto automatico che ci porta a reagire combattendo con il partner e contrastando le sue intenzioni.

6) “Concentrazione è fissare la mente in un punto”. Forgiato il corpo con la pratica delle asana, purificata la mente dal fuoco del pranayama e portati, con pratyahara, i sensi sotto controllo, viene raggiunto lo stato di assoluta concentrazione, dharana, che è il primo stadio per arrivare alla meditazione e alla contemplazione. Una tecnica specifica di concentrazione insegnata da Tada sensei è chiamata “mu gai chi nen ho” e consiste nel concentrarsi in silenzio visualizzando l’esecuzione delle diverse tecniche e percependo nella propria immaginazione il movimento, i suoni, gli odori ecc. Anche quando poggiamo lo sguardo su un punto specifico del tatami (metsuke) durante l’esecuzione delle tecniche, creiamo un flusso di concentrazione. Essere coscienti del movimento del proprio corpo e di alcuni aspetti specifici (come l’appoggio dei piedi al suolo, il ritmo del respiro, la stabilità dell’hara, la colonna vertebrale diritta…) sono modi per allenare la concentrazione durante la pratica della nostra arte.

7) “Il fissarsi ininterrottamente su tale punto è meditazione”. Il penultimo stadio è la meditazione, dhyana in sanscrito e za-zen o anjodaza in giapponese. L’aikido è spesso definito “moving zen” ovverosia meditazione in movimento perché, una volta che la forma tecnica esteriore è padroneggiata e i movimenti provengono direttamente dall’inconscio senza la mediazione del livello mentale inferiore, possiamo superare la contrapposizione soggetto-oggetto, uke-tori, vincere-perdere ed entrare in uno spazio meditativo libero dal pensiero razionale legato alla visione duale dell’esistenza. Ci si avvicina così allo stadio successivo dove la coscienza entra nella dimensione “assoluta”.

8) “La stessa meditazione quando assume solo la forma essenziale dell’oggetto e non quella della rappresentazione mentale, dicesi samadhi (satori in giapponese)”. La condizione della meditazione porta all’ottavo stadio quando la coscienza, libera dalle preoccupazioni e dai legami, si unisce al movimento stesso dell’Universo diventando “una con il Tutt’Uno”. E’ una situazione di pura estasi in cui l’essere individuale raggiunge l’essenza dell’Amore eterno incondizionato. Scopo ultimo della ricerca spirituale è appunto la Redenzione e la Liberazione che colma la “scissura” con il mondo del soprasensibile riportando l’uomo alla “Casa del Padre”. La contemplazione è quindi il superamento della polarità creata dalla “caduta” dell’uomo e il riposare dell’ente in una condizione che viene definita di “illuminazione”. Occorre aggiungere che la distinzione tra i vari anga è comunque artificiosa perché una concentrazione prolungata diventa meditazione e questa sfocia nella contemplazione… d’altro canto, eseguire un esercizio di pranayama diventando il respiro stesso dell’Universo o di Dio è una forma di samadhi (illuminazione)… Da quanto detto, risulta comprensibile che l’aikido può essere considerato uno yoga marziale, una via di conoscenza realizzativa per l’individuo. E’ veramente un peccato se come praticanti e insegnanti ci fermiamo all’esteriorità rimanendo ancorati al puro aspetto ginnico, tecnico o difensivo. La nostra arte presenta altezza, profondità e ampiezza, con molti livelli di apprendimento permettendo così ad ognuno di trovare quello che cerca. Ci si può quindi fermare alla buccia, assaggiare la polpa o trovare i semi di una nuova vita. Ognuno è chiamato a fare le proprie scelte e a decidere quale strada intraprendere seguendo le proprie inclinazioni, qualificazioni, vocazioni e predisposizioni. Riassumendo e completando quanto sopra esposto, se vogliamo dare un senso profondo al nostro “agire” nel dojo e restituire all’aikido lo status di Via di Conoscenza così come insegnato dal Fondatore, dovremmo tener conto dei seguenti aspetti quando pratichiamo la nostra arte: - sviluppare una sana coscienza morale (cosa molto diversa dal moralismo, dal perbenismo, dall’ipocrisia). Questa “coscienza morale” troverà il suo compimento quando saremo entrati in contatto con il nostro Vero Io per cui la fonte del nostro comportamento corretto proverrà dalla nostra interiorità e non da regole esterne o sociali.

- trovare una postura stabile, rilassata e viva (appoggiare i piedi correttamente, tenere le ginocchia flesse, la schiena diritta e le spalle rilassate);

- chiudere l’ano, pratica detta mula bhanda in sanscrito (per controllare il sistema nervoso, controbilanciare la spinta verso il basso del diaframma, portare la coscienza in basso stabilizzando la mente);

- poggiare lo sguardo sul tatami (o all’orizzonte) durante la pratica, fissando un punto (metsuke, en zan no ken). Questo permette di non essere “catturati” da uke e di rimanere liberi.

Possiamo così essere concentrati su quello che facciamo senza attaccamento (che rappresenta l’ombra della concentrazione);

- occorre occuparsi di uke (vigilare affinché non si faccia male, tener conto del suo livello e delle sue capacità,…) ma non preoccuparsi per lui perdendo il proprio centro quindi la stabilità.

- non rimanere fermi in attesa “dell’attacco” e tra l’esecuzione di una tecnica e la successiva per non bloccare il flusso della propria energia;

- eseguire i movimenti in maniera “assoluta” cioè libera dall’attaccamento che porta a spingere, proiettare, rovesciare, bloccare… in altri termini, non bisogna “cercare di manipolare uke” (tecnica relativa) ma muovere noi stessi; - non criticare il modo di eseguire le tecniche degli altri praticanti e degli insegnanti;

- rimanere “imperturbabili” di fronte all’attività di uke, all’aggressione che sembra provenire dall’esterno (sia che si tratti di allenarsi nel dojo che di affrontare le difficoltà del vivere quotidiano);

- non combattere. Eliminare l’immagine, l’idea stessa dell’esistenza di nemici da vincere perché, in ultima analisi, gli unici avversari da sconfiggere sono dentro noi stessi, nel nostro cuore;

- unirsi ad uke, fare “aiki” con lui per superare l’illusione della polarità;

- entrare nel ritmo dell’Energia Universale reintegrandosi nel Principio Primo attraverso un atto cosciente di volontà e di abbandono a Dio. Quindi ognuno di noi che pratica aikido, è chiamato a riflettere e a guardarsi dentro cercando nel proprio cuore la risposta sul senso della nostra arte e della propria vita e fare le scelte conseguenti. Auguro a me stesso e a tutti che la Luce dell’Amore e della Comprensione illumini il cammino. Buon keiko!

 

Fabrizio Ruta

 

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